Raccontare


SPAZIO ALLE STORIE CHE NON SONO STATE RACCONTATE ALTROVE. ALLE PERSONE INCONTRATE E RIMASTE SUL TACCUINO. OPPURE A QUEI PENSIERI CHE MI PASSANO PER LA TESTA VELOCI COME UNA PALLOTTOLA: SE NON LI FERMASSI, LI PERDEREI.

sabato 5 maggio 2012

Domande. E risposte vaghe.


(c) weast 2012

Siamo un popolo di furbetti. Quindi non abbastanza furbi. In definitiva: siamo dei polli. Ci piace fare le cose di nascosto, ma ci prendono sempre con le mani nella marmellata. E quando succede, oltre che quella dei polli, facciamo la figura di persone poco simpatiche. Ultima della serie: la REGA. Ha dovuto ammettere che negli scorsi due anni ha rimpatriato a bordo dei suoi aerei ambulanza militari americani dall'Iraq e dall'Afghanistan. Paesi in guerra. E, secondo alcuni, anche sotto occupazione straniera. In guerra medici e infermieri dovrebbero essere neutrali di fronte alle vittime: sul campo di battaglia per i soccorritori non ci sono né amici né tantomeno nemici. Lo dice anche la Rega. E' corretto. Ora, diamo un'occhiata agli statuti: “La nostra attività è mirata principalmente alle necessità della popolazione svizzera.” Nel rapporto di esercizio 2011 si parla di numerosi interventi all'estero, ma zitti sull'Iraq e l'Afghanistan. Se mi è sfuggito, prego segnalatelo, sono pronto a rettificare. Perché tacete? Perché non dirlo subito, perché non fare tutto alla luce del sole? “La nostra organizzazione non persegue scopo di lucro e gode dell'appoggio di sostenitrici e sostenitori”, si legge ancora negli statuti. Okay. I trasporti di feriti americani non erano un'emergenza e non riguardavano pazienti svizzeri. Perché lo avete fatto? Per guadagnare soldi, che vi servono a coprire eventuali spese causate da interventi in Svizzera o per pazienti svizzeri all'estero, per migliorare la qualità dei vostri interventi. E, oltre a questo, il vostro personale di volo impara ad atterrare a Kabul (forse Bagram) e Bagdad, mentre medici e infermieri apprendono che cosa significa dovere trattare una ferita di guerra, sorvegliare un corpo fatto a pezzi da una mina, eccetera. A proposito: utilizzate un aereo “banalizzato", ovvero senza insegne, ho portate quella della Guardia aerea svizzera? Ditelo. Ditelo, scrivetelo nei vostri rapporti d'esercizio e sul vostro sito web patinato e nella lettera che ogni anno inviate ai sostenitori chiedendo il contributo. Qualcuno potrebbe anche non avere piu' voglia di pagarlo. Questione di convinzioni politiche, etiche, di un modo personale di vedere il mondo. Che è un mercato. E come tale va affrontato, anche se scrivete che “la Rega è contraria alla commercializzazione del soccorso aereo”. Significa che è contraria alla concorrenza? Anche sugli scenari di guerra? Okay, okay. Ma come siete messi con i rimpatri di chi non puo' pagarvi ma vi guarda con gli occhi enormi da un letto d'ospedale, statale o se va bene di qualche ONG straniera? Che cosa fate se, imbarcati i marines feriti e constatato che è rimasto un posto libero, un medico afgano vi dice che c'è una bimba che soltanto in Europa potrebbe sperare di salvarsi e vi implora di imbarcarla? Che fate? Decollate senza? Oppure dareste uno strappo anche alla piccola con le ossa a pezzi perché finita troppo vicina a una pattuglia americana, in Afghanistan? Okay, go for it? I costi? Chi li paga? Fateli pagare a chi l'ha ridotta in quel modo. Utilizzate pure anche la mia ridicola quota annua di socio contribuente. Perché, come scrivete nel vostro sito, “la Rega è sostenuta dalla popolazione svizzera”. Che avrà pure qualcosa da dire, qualche domanda da fare. Le risposte, finora, sono state troppo vaghe. 

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